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"Zona", Mathias Énard


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Etere
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MessaggioInviato: 04 Lug 2014 alle 23:07    Oggetto: "Zona", Mathias Énard Rispondi citando

Coinvolgente sin dalle primissime pagine, profondo, epico, istruttivo.“Zona” è uno splendido e originale romanzo. Il lavoro di Enard ricorda un altro totem del genere (fiction con inserti storici, epici): “Europe Central” di W. T. Vollmann http://www.mailamici.i t/forum/viewtopic.php? t=407482 , ma “Zona” risulta decisamente meno apocalittico e prolisso (meno enciclopedico). Mathias Énard adotta qui la tecnica narrativa (tipicamente modernista) del “flusso di coscienza” (a tal proposito la punteggiatura all'interno del romanzo è volutamente carente) e il “metodo mitico” di eliotiana memoria.
Di seguito, un breve elenco dei fatti e personaggi che popolano la “Zona” (ossia l'area del mar Mediterraneo e il Medio Oriente) dello scrittore francese:

Massacro e prigionia dei fratelli musulmani in Siria, nel 1982;
Hezbollah;
Elie Hobeika (il boia del campo profughi di Chatila) e i bulldozer dell’esercito con la stella di David;
La battaglia di Lepanto e Miguel de Cervantes;
Filippo III e l’Inquisizione spagnola;
Decreto di espulsione del 1492 degli ebrei dalla Spagna;
Caravaggio;
Lodi, il ponte sull’Adda e Napoleone Bonaparte;
Gavrilo Princip e l’attentato di Sarajevo del 1914;
H. Schliemann, l’archeologo;
Riconoscimento ufficiale, da parte del governo francese nel 2001, del genocidio armeno;
La guerra nei territori della ex Jugoslavia.

Particolarmente ampio è il novero degli scrittori trattati nel romanzo: si spazia dagli illustri James Joyce (a Trieste), Ezra Pound, William Burroughs (a Tangeri), Malcom Lowry (in Sicilia; Lowry è l’autore di “Sotto il vulcano“), Miguel de Cervantes, ai meno conosciuti Jean Genet, Tsirkas , sino al fittizio scrittore libanese Raphael Kahla (di cui Énard “riassume” un drammatico e commovente racconto ambientato nella Beirut della guerra civile del 1982: si tratta a tutti gli effetti di un micro-racconto che si dipana all’interno del romanzo stesso) .
Non mancano, inoltre, luoghi e personaggi storici legati al Terzo Reich hitleriano e alla seconda guerra mondiale: Albert Speer, Rudolf Hess, Franz Stangl, la risiera di San Sabba e l’ “Aktion Reinhard”, Alois Brunner (e gli ebrei greci), gli ebrei dell’isola di Rodi (“che io sappia, i più lontani sulla ragnatela del ragno Auschwitz”. Mathias Énard , “Zona”, pag. 349), Paul Ricken il fotografo nazista, Francesc Boix il fotografo di Mauthausen, Millan Astray il falangista guercio e Miguel de Unamuno; Leon Saltiel (il partigiano greco), gli ustascia croati e il campo di concentramento di Jasenovac.

Voto: 5\5

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MessaggioInviato: 06 Lug 2014 alle 20:51    Oggetto: Rispondi citando

Si narra che nel 1944 i beduini dell’Est libico si siano trasformati in archeologi militari, smontavano i carri bruciati, i cannoni abbandonati, recuperavano le casse di munizioni vuote, gli oggetti dimenticati nelle casematte, i commercianti di Bengasi vendevano quintali di coperte bucate, di bidoni forati, di rotoli di filo spinato e persino un carillon, l’unico souvenir che ho comprato in Libia, un piccolo carillon dipinto con un volto di donna disegnato a lacca sul coperchio, il negoziante della città vecchia vicino al suk Al-Jarid mi ha raccontato la sua storia, il piccolo oggetto di circa quattro centimetri per due era stato fabbricato nei pressi di Vienna e regalato a un soldato in licenza, i saccheggiatori l’avevano trovato sul suo cadavere sepolto dal crollo di una trincea di sabbia, con alcune lettere, due fotografie un orologio rotto insomma effetti personali di cui i nomadi non sapevano che farsi ma che vendettero fruttuosamente in città, insieme con sei mine anticarro che la sabbia aveva restituito a due passi dal cadavere, mine belle grosse gialle tonde nuove e pesanti, il commerciante che acquistò il tutto non sapeva a cosa potessero servire delle mine anticarro in tempo di pace, ma, conscio del pericolo, le ripose in un angolo del retrobottega dove nessuno per errore avrebbe potuto metterci sopra le mani e se ne dimenticò, se ne dimenticò così bene che esplosero solo nel novembre del 1977 al momento della Rivoluzione popolare, quando il Comitato rivoluzionario volle impadronirsi dei beni nascosti dal collaboratore dell’imperialismo, il responsabile del commando dell’uguaglianza non aveva mai visto una mina tedesca, pensava di aver scovato dell’oro o metalli preziosi, così gialli, così pesanti, così ben nascosti in una cassa in fondo a un deposito, le Tellerminen 35 erano armate, nessuno se n’era reso conto, per tre giorni i beduini avevano percorso il deserto con quel fardello esplosivo, il commerciante di Bengasi le aveva accuratamente riposte senza che i centocinquanta chili di pressione necessari al loro innesco fossero raggiunti, e poco ci mancò che l’ardore socialista le risparmiasse ancora, se solo il capo della truppa, avido e curioso, non avesse afferrato un martello per aprire quei bei contenitori dorati: i trenta chili di TNT che contenevano hanno mandato per aria non solo lo zelo rivoluzionario, ma anche la bottega in cui lui si trovava, e una volta ricaduta la polvere la sola cosa ritrovata intatta, tra le macerie e i calcinacci, fu il piccolo carillon, aperto, che suonava Lili Marleen fra le rovine come se niente fosse, il soldato ucciso trent’anni prima fischiettava la sua vendetta, la moglie gli aveva regalato quel ritratto originale perché pensasse a lei ascoltando la sua canzone preferita, nel bel mezzo del Sahara, lei lo aspettava come Lili, a Vienna, non è mai tornato, dato per disperso tra le sabbie libiche, lei non ha più saputo nulla di lui, a volte si immaginava che fosse ancora vivo, a volte che fosse deceduto, chissà se pensava al carillon dipinto, ordinato appositamente in un negozio della Kärntner Strasse, chissà se udì, in un ultimo sogno, lo scoppio delle mine di Bengasi il 12 novembre 1977, il giorno stesso della sua morte all’ospedale Franz-Josef, a soli sessantadueanni, mentre il breve motivo metallico suonava un’ultima volta a tremila chilometri da lì, in Libia, wie einst Lili Marleen, wie einst Lili Marleen, l’ultimo sospiro di un granatiere austriaco decomposto da tempo – al ritorno ho regalato il carillon a Stephanie, le ho raccontato questo aneddoto udito dal venditore, ha preso il piccolo oggetto di mogano con due dita quasi fosse un brandello di cadavere, prima di seppellirlo in un armadio a muro come le Tellerminen nel retrobottega vicino al suk Al-Jarid, l’ultima traccia di uno dei cinquantamila tedeschi morti in battaglia in Africa si trova ancora in un armadio parigino, Lili aspetta sempre da qualche parte, wie einst Lili Marleen (…)

Mathias Énard,"Zona", pag. 317-319, Rizzoli editore
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Etere è offline 

MessaggioInviato: 13 Lug 2014 alle 23:46    Oggetto: Rispondi citando

(…) Dopo due giorni a sudare ad Atene in una città polverosa e deserta, dopo essermi raccolto nel tempio di Zeus, dopo aver reso omaggio alla dea dagli occhi verdi e alla sua bellezza senza eguali avevo sudato così tanto ero talmente coperto di polvere che sognavo il Grande Nord e il freddo glaciale, ripensavo a Lebihan e al suo disprezzo per tutto ciò che poteva trovarsi a sud di Clermont-Ferrand (…). Atene era sventrata, stavano costruendo una linea della metropolitana, gli dèi non erano molto contenti che gli trivellassero così la cantina e si vendicavano mandando all’inferno edicole parcheggi sotterranei e stranieri distratti, Efesto lo zoppo e Poseidone che fa tremare la terra davano filo da torcere agli ingegneri mossi dalla fretta, per non parlare degli inflessibili archeologi della sovrintendenza che volevano esaminare ogni sasso tirato fuori dalle ruspe, il che faceva dire agli ateniesi che la loro metropolitana non sarebbe stata pronta prima della fine dei tempi, gli elleni erano un popolo fiero ma non privo di ironia, in agosto ovviamente erano tutti in vacanza, e intorno a piazza Omonia bazzicavano solo certi cupi albanesi e qualche viaggiatore squattrinato, nella polvere e nel rumore apocalittico dei martelli pneumatici, sotto lo sguardo materno della dea dall’alto della sua Acropoli, pensavo ad Albert Speer l’architetto del Fuhrer inventore della teoria delle rovine, ideatore di edifici previsti per diventare nel giro di mille anni grandiosi resti, resti come quelli greci e romani e di cui la Germania era tristemente sprovvista, Adolf il testardo non arretrava dinanzi a nulla per il bene del suo popolo, così Speer disegnò templi dorici dalle dimensioni inaudite che una volta ròsi dal tempo avrebbero costituito un magnifico Foro, un sublime Partenone nel bel mezzo di Norimberga e di Berlino, Speer era uno strano architetto, il pensatore delle vestigia del futuro, grande costruttore di fabbriche di armi – al processo di Norimberga Francesc Boix lo riconosce formalmente, lo indica col dito, l’ha visto sulle fotografie durante la visita a Mauthausen, in compagnia di Kaltenbrunner, capo della sicurezza del Reich, sulle scale della cava della morte, che cosa pensa Speer l’artista in quel momento, sul banco degli imputati, segnato a dito da un fotografo comunista spagnolo, lui che negava di aver mai saputo nulla, mai visto nulla, mai sentito nulla, l’amico del Fuhrer seduto tra le macerie, dove le bombe americane avevano accelerato l’opera del tempo: ad Atene gli schiavi costruirono l’Acropoli, gli schiavi avrebbero costruito i monumenti del Reich, in tanti sarebbero morti, certo, ma in tanti erano morti edificando le piramidi e nessuno oggi si sognerebbe di demolirle, né di maledire il loro architetto, ecco cosa doveva pensare Speer il piccoletto sul suo banco tra una SS e un ufficiale della Wehrmacht, uscì dalla prigione di Spandau nel 1966 e me lo immagino qualche mese dopo, all’età di sessantun anni, percorrere la Grecia in compagnia del figlio Albert junior, che in quel momento progetta l’urbanizzazione della regione di Tripoli in Libia, e che costruirà fino in Iran e in Arabia Saudita, chissà se salendo i gradini dell’Acropoli Albert Speer senior si ricorda della scala di Mauthausen, e del giovane spagnolo che lo indicava col dito a Norimberga, è alquanto improbabile (…).

Mathias Énard, “Zona”, pagg. 351-352
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